Grazie a Vitiello

8 Febbraio 2017 Nessun commento

Ieri è stata la giornata mondiale contro il bullismo.

Quando ero studente non esistevano i bulli, esistevano le teste di cazzo.

Oggi siamo più bravi: oggi ogni cosa ha un nome, ma pochissime un senso ed un valore.

E con questa frase ho fugato ogni dubbio circa il fatto che sto invecchiando.

Non sarei mai potuto essere un bullo vero, ma una testa di cazzo importante si.

La mia piccola “tana delle tigri” è stata il Casale, una scuola al confine tra due mondi quello dei Marco Parisi la cui madre quando lui, che all’epoca era pazzo vero la faceva incazzare, minacciava di buttare tutti i giochi dalla finestra…Sulla spiaggia (privata), al Tonino Cacace, che viveva affidato a non so quale famiglia e ad 8 anni veniva in classe con il suo bravo coltellino.

Era una scuola bellissime, con insegnanti meravigliosi, ma anche con gente non proprio normale.

Si faceva il tempo pieno, c’era il teatro e mille altre attività.

Un anno facemmo uno spettacolo suonando dei tamburi africani. Ricordo ancora il ritmo.

In quella meravigliosa scuola c’era anche Diego, un bambino con la sindrome di Down.

Di lui si occupava prevalentemente mia madre, all’epoca insegnante di sostegno e parte di quella scuola che tanto ho amato.

Con Diego io ci giocavo, sebbene fosse imprevedibile ed a volte un pò aggressivo, ma non ricordo di aver mai pensato nulla di brutto di lui, ricordo invece tanta tenerezza.

Sono venute poi le medie, lì ho iniziato a peggiorare, insieme ad un altro presi di mira un tipo che all’epoca non tolleravo, gliene facevo di ogni, mazzate incluse. Venni chiamato dal Preside, lui venne bocciato e cambio scuola.

Ancora oggi ho vergogna ad incontrarlo, sebbene lui rida e scherza di quel periodo. Io provo una vergogna profonda ed un senso di impotenza nel non poter tornare indietro e cambiare tutti i pugni e le cattiverie.

Per fortuna al liceo qualcosa è cambiato. Ho continuato ad essere stronzo, a sfottere, a buttare qualche volta qualche pacchero, ma Diego, il bambino di cui sopra, mi era rimasto dentro, mi aveva insegnato una cosa: il debole vero non si tocca e così ricordo che si legò a me tale Fabio Vitiello, personaggio di un’altra epoca, con i suoi abiti di un passato indefinito, la sua discreta bruttezza, la sua assenza di ogni bucchinarità. Io lo sfottevo, ma attento a non superare mai il limite e me lo ritrovavo ogni giorno come vicino di banco.

L’ho cercato molto in giro, non l’ho mai più visto, avrei voluto dirgli che gli ero e gli sono grato, che mi ha dato la possibilità di riscattarmi.

Bisognerebbe davvero capire chi sono i veri deboli, e proteggerli, le prese per il culo riservarle a chi può gestirle, altrimenti si rischia di far del male, e di farsi del male.

A Corrado e Carla cercherò di raccontare la mia piccola storia, di farli essere orgogliosi anche del coefficiente nerds che hanno in corpo perchè quello farà volare le auto, impedirà il disgelo, sconfiggerà l’hiv, farà sorridere un bambino down e soprattutto, li farà addormentare sereni.

 

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“L’allenatore sul divano”, un libro con le pagine.

6 Febbraio 2017 Nessun commento

Ho intervistato Corrado De Rosa quando si stava costruendo un posto al sole dell’antimafia nell’anno 9 d.s. (dopo Saviano).

All’epoca il nostro Corrado era sotto protezione, scriveva, commentava, svelava retroscena, indagava menti criminali, provava a depilarsi con lo stucco e sniffava dolce euchessina.

Poi è passato del tempo.

Tanti passaggi in radio, abbastanza in tv, un paio in taxi e poi?

Poi all’intrasatta mi ritrovo un pdf nella posta elettronica.

Penso ad uno scherzo.

Purtroppo non è uno scherzo.

Questo davvero ha scritto un libro. Un altro.

Il messia, sempre lui, Don Saviano da everywhere, ci chiederebbe se il libro in questione è un libro necessario.

Fughiamo subito i dubbi: No.  “L’allenatore sul divano” questo il titolo dell’ultima produzione dell’amico Corrado, non è un libro necessario, manco per il cazzo.

E’ un libro.

Iniziamo con le cose positive: ha le pagine, sono pure numerate, non ci sono errori.

Le pagine sono bianche, quindi si legge bene il nero dell’inchiostro.

Ah, dimenticavo, non ha sparagnato sulla carta, tra un capitolo e l’altro c’è una pagina tutta bianca. Ci si può scrivere la lista della spese, ricopiare un sudoku, disegnare cazzi (se hai 12 anni).

E poi? Poi mi fermerei qui, ma io ho delle regole ferree, non parlo mai male di uno che magari un giorno impazzisco e me lo trovo nel manicomio criminale in cui mi avranno rinchiuso.

Dunque…

Il libro si lascia leggere, nel senso che non si chiude all’improvviso o si scaraventa al suolo da solo. Scorre.

Mette di fronte, (lo hanno già detto autorevoli cazzari peggio di me), alla Provincia, non solo quella del calcio, ma alla provincia tutta: per le sue abitudini, la sua sonnolenza, i suoi entusiasmi in miniatura, i suoi ritmi a metà tra paese e città che non c’è.

Corrado, con il pretesto  di parlare di una stagione calcistica, (mediocre), ci racconta di strani tipi, di personaggi che in fondo conosciamo tutti ed evitiamo di continuo, trovandoceli poi sempre vicino e ci parla pure di un po’ di cose a caso che evidentemente aveva in corpo ed ha voluto metterci.

E’ un libro leggero, come credo fosse nelle intenzioni dell’autore. E, prendete nota, si può anche essere leggeri una volta ogni 4 anni, tipo Olimpiadi.

Il libro contiene pure un capitolo dal titolo “Inno alla gioia” che per un salernitano, o per un adottivo come sono stato io per qualche anno, è un omaggio doveroso ad un maestro e sarebbe stato un male se non ci fosse stato e se invece non è un omaggio, bè non ditemelo.

La sensazione però è che a volte Corrado parli ai suoi amici e poco a chi non se lo incula proprio, ma commettere piccoli errori è un modo per poter migliorare poi, perché un altro libro lo farà, inutile che ci mettiamo il pensiero.

E poi…E poi “L’allenatore sul divano” profuma di sentenza Bosman, e se non sapete di cosa parlo non andate su wikipedia, ma datevi fuoco.

Mi piace cogliere la nostalgia di un calcio e di un tempo che non ci sono più e che Corrado si illude e ci illude che possano rivivere in provincia.

Io me lo sono letto, ed io del calcio me ne fotto altamente, e sono fatto  risate a denti stretti ricordandomi anche  di quella felpa rossa della Salernitana che un amico mi regalò ed indossai più volte nel centro storico di Napoli rendendomi conto che no, non esisteva alcuna rivalità calcistica tra Salerno e Napoli, altrimenti ora sarei al camposanto.

Dicevo che il libro io l’ho letto, leggetelo pure voi, ma non perché lo consigliano su qualche quotidiano, in qualche radio o perché lo dice un giro di persone, sempre lo stesso, autoreferenziale ed autoalimentato no, leggetelo perché ogni tanto una risata ce la si può fare anche per cazzate e soprattutto fatelo per Corrado, perché lui è uno di quei tipi che se vostro padre ha un’urgenza e deve farsi una risonanza al cervello e vi piantano mille grane, mentre il suddetto padre vede gatti immaginari sull’armadio, lui vi fa la ricetta e questo per me vale i 4 euro del libro….

Ah, ne costa 11,40? Ah, ok, parliamone. Ci penso, poi magari ripasso, ciao.

p.s. Sai qual è la squadra del mio cuore….Si che lo so la Salernitana….

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Saviano Vs De Magistris.

6 Gennaio 2017 Nessun commento

Lo “scontro” tra De Magistris e Saviano può essere utile spunto di riflessione, o essere relegato al solito, inutile battibecco amplificato da media troppo pigri per analizzare le questione e troppo lieti di dover solo riportare virgolettati.

Lo “scontro” tra questi due “primi uomini” è di fatto lo scontro tra due modi di essere napoletani e, se vogliamo, italiani.

C’è l’ipercritico (io appartengo a questa categoria), quello che in qualche modo nel sottolineare tutto il marcio, nel gioire, ma mai a fondo e davvero, sente di espiare un qualche peccato originale perché gioire mentre anche solo un fiore muore è un po’ come essere complici e conniventi.

E poi c’è il “cuorista” quello che di fronte ad ogni guaio, scempio, stortura, brutalità, illegalità, fa richiamo alla responsabilità comune, (di far cosa poi non è dato sapere), ma poi ostenta un sempre valido “dopo di che” e si appello al “si ma abbiamo un grande cuore”.

Il fatto che rende lo scontro tra De Magistris e Saviano così sentito, risiede proprio nella loro capacità di personificare a pieno le due categorie.

Ed è tipicamente italiano il fermarsi in curva, tirare fuori lo striscione, e trasformarsi in ultrà.

L’ultrà vive in un mondo pieno di tepore, un mondo rassicurante, dove la sintesi non esiste, non esiste il dialogo, non esiste il grigio. L’ultrà brandisce la spada della verità.

Ve lo immaginate un ultrà gridare in coro: “Forse andremo oltre il pareggio”, oppure “siamo i tifosi di una tra le squadre più forti del campionato”?

No, l’ultrà, come il Sith, vive di assoluti.

E di assoluti vive Saviano la cui narrazione è statica, compiaciuta, noiosa, morbosa, annoiante e, secondo me annoiata.

Un racconto sempre uguale dove il narratore viene trascinato nel narrato diventando egli protagonista ed è forse è questo che lo rende a miei occhi, ad esempio, così irritante.

Saviano è quell’attore che alla prima del suo film si piazza in piedi davanti allo schermo e fa quasi solo intravedere il girato.

E di assoluto vive De Magistris, la cui politica è quella dell’oppositore dalla sala dei bottoni,  del maestro del captatio benevolentiae, del siamo tutti napoletani, tranne quella considerevole parte dei napoletani che impedisce agli altri di vivere come in un paese ed in una città civili, quelli non esistono e se esistono sono di competenza altrui…

Il Sindaco ha una visione presepiale della città, anacronistica e, giova ripeterlo, beceramente populista.

Non è colpa del Sindaco se a Napoli si spara, questo è chiaro. Diventa anche colpa sua quando il proiettile non solo non viene attenzionato, ma viene vissuto con fastidio, come un molesto intruso nella scena rassicurante del bambinello riscaldato tra il bue, l’asinello, una pizza fritta di Sorbillo e una nave da crociera ormeggiata al molo Beverello.

Dunque mi spaventa lo scontro tra queste due maschere del nostro tempo, perché in quanto maschere ci rappresentano e lo scontro tra queste tipologie umane, tra questi due pensieri non dialoganti, tra due anime innamorate di se stesse ed in alcun modo propense, rende impossibile comprendere la necessità di penetrare l’altrui universo.

Napoli è chiusa in questa morsa ed è morsa che si fa sempre più stretta, dove per sopravvivere sei costretto a vivere in spazi sempre più angusti e dove evitare il contatto con l’illegalità è praticamente impossibile.

Ed è una morsa che si stringe anche quando si procede ad una narrazione sempre uguale, di una città criminale, come quando ad un bambino si dice in continuazione che è monello fino al punto in cui monello lo diventa, non fosse altro per accontentare chi  definisce.

Dovremo avere tutti la maturità di scendere dalle gradinate delle curve, sederci magari sul prato, scambiarci idee, prendere atto che Napoli è città fondata sulla camorra di strada e sulla borghesia criminale, quella che se non spara, comunque non si preoccupa della provenienza dei denari che brama e spesso immeritatamente guadagna e veicola. Ma Napoli è anche una città dove faticosamente si prova a preservare umanità ed umanesimo.

Ecco, Napoli è, come sempre si dice, una contraddizione, ma la contraddizione è anche e soprattutto un incontrarsi di correnti calde e fredde.

Questo auspico, che le correnti dei Saviano vadano incontro alle correnti dei De Magistris ed entrambe spariscano, fondendosi in qualcosa che anche solo da lontano, abbia il sapore di un ragionamento.

 

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L’etica dei pennivendoli.

5 Gennaio 2017 Nessun commento

Come sempre chi esagera sbaglia, ma insomma mica Grillo ha tutti i torti quando si scaglia contro i “giornalisti”…

Lo fa per motivi diversi, io offro il mio.

Oggi il “Libero” del centro sinistra (leggi democrazia cristiana 2.0), “Repubblica”, offre, senza pudore alcuno, la foto di una bambina di 16 mesi morta, con il viso sul terreno.

Qualche mese fa, con finto pudore, il giornaletto, insieme a tutti gli altri, si interrogava, o fingeva di farlo, sulla opportunità di mostrare la foto di un altro bambino, quello ritrovato sulle coste turche.

Oggi un passo è stato fatto, ovviamente in direzione “sprofondo”, la foto viene mostrata, in prima pagina.

Segue poi l’articolo dove il “giornalista” parla del dubbio amletico di carattere etico, pubblicare o non pubblicare la foto, ed alla fine si autoassolve, (e condanna invece la nostra umanità dico io), affermando che  prima ancora che l’etica professionale c’è il dovere di informare e il diritto di conoscere perchè altrimenti non si sensibilizza a dovere l’opinione pubblica…

Motivazione stupida, falsa, sbagliata soprattutto.

E’ come per il dolore, sperimentandolo si alza la soglia e già la foto di questo bambino (anzi bambina), fa meno male di quella del precedente.

Come per gli attentati d’altronde: il primo lascia sgomenti e sconvolge, il secondo spaventa, il terzo fa riflettere, il quarto che dici pizza o panino?

Il genio del “giornalista” conclude poi il magistrale pezzo con una considerazione da tema di 3a media, una roba più o meno così: “se non sapremo affrontare il problema con coraggio e intelligenza la violenza continuerà e non basterà certo a salvarci la commozione di fronte all’immagine di bambini morti….

Bè al buon Roberto Toscano, autore di cotanta carta da culo sprecata, faccio notare a) che nel frattempo l’immagine l’ha sparata in prima pagina anche se non serve; b) non è tanto importante salvare “noi”, ma salvare quei bimbi morti di cui parla c) la sua, e quella di gran parte del giornalismo italiano, non è etica professionale, ma sensazionalismo, gossip macabro. Il giornalismo è altro, è ricerca, anche quando parla di cronaca.

Il giornalista è quello che sa cosa raccontare, ma soprattutto che sa con quale sensibilità raccontarlo.

Di fronte alla foto del prossimo bambino morto, (ne sono morti a migliaia in Siria anche se non fotografati, giusto per ricordarlo), la pancia farà meno male, il cuore si creperà ma non troppo e  sarà segno che l’umanità si è perduta un altro pò.

Ogni volta che un pennivendolo parla di etica professionale, un carattere della olivetti lettera 22 si suicida.

 

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anno 2017, pianeta terra.

1 Gennaio 2017 Nessun commento

Il Papa e Mattarella, età media 150 anni, parlano dei giovani e della loro difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro… Finiamo ed iniziamo bene.

L’Europa, alla quale culturalmente e socialmente la Turchia, fino a solo due anni fa sembrava appartenere con forse più diritto dell’italia, piange le vittime di un altro attentato e tutti a parlare di terrorismo.

Ed invece è guerra, la peggior guerra, quella dove si uccidono civili inermi ed inconsapevoli, ad Aleppo come ad Istanbul, a Nizza, Parigi, Berlino, come a Mosul o Tikrit.

Se non si inizierà a dire ciò che è vero e cioè che è in atto una guerra, allora sarà difficile porvi fine.

Se continueremo con le retorica che noi siamo quelli che si stavano mangiano una pizza quando ecco il pazzo armato…Allora con il cazzo che saremo capaci di rimettere in asse il mondo.

Con questa mistificazione della realtà ci rendono anche impossibile chiedere una tregua, un armistizio, avviare una trattativa di pace, si rende il nemico indefinito,  o meglio si assimilano tutti i nemici ad un unico NEMICO.

Sono l’ultimo ad averlo pensato e magari scritto, ma ogni sopravvissuto di Aleppo, (ad esempio), sarà un nuovo potenziale nemico assetato di vendetta.

E no, a differenza di russi, americani ed europei io non penso che quindi andavano sterminati tutti, penso che se davvero si vuole il gas o il petrolio di un paese, è il caso di chiederlo, contrattarne il prezzo e comprarlo ed invece è la solita mentalità capitalista e colonialista.

Ed insomma il 2017 è già oltre il 2000 che si credeva porta di una nuova era, ed è 5 anni dopo la fine del mondo predicata dai Maya… Quanto cazzo ancora bisogna attendere prima che le cose cambino?

A me manca un sacco il 1988, avevo 12 anni, il mondo faceva schifo uguale, ma mi pareva avesse del potenziale, oggi siamo disumani, post moderni, iperconnessi e disumani.

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mammazzatevi

16 Dicembre 2016 Nessun commento

Tutto è diventato un palcoscenico.

I social hanno permesso a tutti  noi di avere un pubblico.

Qualcuno che ci legittimi, ci ammiri, ci cachi un minimo….

Le spiegazioni che ciascuno di noi offre sono varie, ma la realtà è una, così come lo scopo: alimentare il nostro ego sempre più smisurato, trasformare qualsiasi nostra condizione in un qualcosa di mostrare.

Il mostrarsi ha ormai, abbondantemente, soppiantato l’essere.

Tra le peggiori derive di questi anni c’è quella cui sono arrivate le madri.

Non parlo dei gruppi whattsup e di quello che lì si consegnano, parlo di quelle donne; donne normali che, uguali alle nostre mamme, scassano la minchia sottolineando di volta in volta: le proprie capacità educative, la bravura nel conciliare genitorialità e lavoro; l’essere sofisticamente così semplici ed alla mano; la nostalgia per il tempo passato prima dei figli, nonostante però ribadiscano che i figli sono al primo posto, l’indiscussa bellezza degli avambracci decorati con tatuaggi raffiguranti i figli….

Insomma, per dirla in poco parole, essere madri non è più una roba che ha a che fare con il normale evolversi di normali vite no, è l’occasione per muoversi su un palcoscenico più ampio.

I figli diventano un trofeo, un modo nemmeno tanto velato di moltiplicare la possibilità di piacere ed essere apprezzati.

Nessuna è esente, anzi nessuno, nemmeno i padri, ma lì sono troppo coinvolto.

Insomma, vorrei solo dire che ci avete rotto il cazzo.

I figli sono belli, ma sono meno belli di come i vostri occhi li vedono.

I figli sono altro da sé, i figli felici sono quelli che trovano una loro strada e non camminano sempre nella nostra.

I figli non sono un cappotto da indossare per la foto profilo, e non sono nemmeno la borsa fica da ostentare ad una festa, fingendo che in realtà la si è trovata al mercatino.

Una mamma è una donna normale, e se si fa il culo, così come un padre, non deve metterla giù così pesante, non fa niente di straordinario, fa la madre.

Altra cosa, a 40 anni, cara mamma, non ti puoi più definire una ragazza, sei una donna bella e fatta e quando compri da Yo soy feliz vestiti zingaro style, diventi patetica e un giorno farai vergognare i tuoi figli.

Non bisogna avere paura della normalità, di essere genitori normali, di invecchiare normalmente, di diventare fuori moda, di perdere consensi, di farsi un po’ da parte, di lasciare un lembo di pelle senza tatuaggio, di fallire anche un giorno sì ed un giorno no.

Fate le mamme, ma le mamme normali, scendendo dal palco, e senza ammorbare il prossimo.

Potete, possiamo amare i nostri figli anche senza connessione.

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Referendum e cos cos cos

28 Novembre 2016 Nessun commento

Quando passa troppo tempo tra un post e l’altro mi viene l’ansia; l’ansia di dover riassumere poi i miei pensieri su tutto ciò che nel frattempo è successo.

Lo so che il mondo non ne ha bisogno, perché ci sono già i punti di vista di Saviano, S. Lucarelli, Gramellini, ecc, ma io non mi arrendo e dico la mia.

Il referendum.

Liberiamo il campo da equivoci: il voto non è per tutti.

Il voto consapevole è roba da 10% forse dell’elettorato, il resto vota per simpatia, tradizione, propaganda, fritture di pesce, scarpe dx alle politiche e sx alle amministrative….

Il voto sulla costituzione è poi per gente colta, preparata, informata e addentro alla materia, in un numero che calcolo in circa 30-35 persone. I restanti: Noi, siamo teste di cazzo che non dovrebbero proprio votare un referendum sulla riforma costituzionale.

Ma pare che la “democrazia” lo preveda ed allora nel momento stesso in cui il voto è permesso e necessario, sono permesse e necessarie le millemila stronzate che spariamo sia dal fronte dei si che da quello del no.

Ci rendiamo conto o no che le leggi elettorali, ad esempio, non vengono comprese nemmeno da chi le scrive?

Ci rendiamo conto o no che la Costituzione, per la quasi totalità del popolo italiano, è solo sana e robusta?

Io voto no, le ragioni del mio no risiedono in alcune mie convinzioni ed in alcune mie ignoranze ed ho tutto il diritto di essere ignorante.

Ho però una consapevolezza.

Poiché come detto non credo nella capacità di comprensione e discernimento dell’elettorato, votare No aiuta ad aggrapparsi ad un documento scritto da uomini e donne sicuramente pensanti, provenienti da un percorso di dolore e lotta, animati da sentimenti ed ideali profondi.

Oggi non c’è lo stesso clima.

Se riforma deve esserci, per deve esserci in parlamento, con le maggioranze necessarie per non rivolgersi a noi gregge di ignoranti.

Questo il mio punto di vista, per il resto c’è ancora tempo. Fidel è morto, ma in fondo, nel bene e nel male, non lo sarà mai…Quindi potrà ben aspettare un mio sagace post.

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Gorino e dintorni

27 Ottobre 2016 Nessun commento

Su quello che è accaduto a Gorino ho una mia idea, che ho fatto un pò macerare.

In primo luogo il giornalismo italiano non è più nemmeno lontanamente vicino a qualcosa di dignitoso.

La notizia non è più tale, mai, è opinione, ma opinione montata, costruita, amplificata, rigirata, strumentalizzata. Una merda insomma.

Venendo ai fatti, siamo tutti molto bravi a dire che noi invece avremmo accolto, avremmo offerto vestiti, coperte, un letto caldo, duecento euro, il posto auto e tutto quanto possibile per rendere gradevole il soggiorno ai nuovi arrivati.

Così come siamo stati tutti bravi, quando argomento del giorno era la donna inseguita e “infiammata” dal compagno, a dire che noi si, noi ci saremmo fermati in strada in piena notte ed avremmo lottato, sconfitto il cattivo e salvato la donna.

Io mi sono sentito una merda sia in quella occasione, sia in questa.

Perchè io non sono così nobile, o quanto meno non ho la certezza di come mi sarei comportato e di come mi comporterei in occasioni del genere.

Quello che è successo a Gorino non può bollarsi solo come becero razzismo.

Del becero c’è, ma non è derivante dal razzismo.

E’ questione di spazio, di paura, di abbandono, di sfiducia.

Si sta scaricando il peso di un problema enorme, quello dei disperati  che arrivano qui, sulle spalle delle comunità, condannando o elogiando  quelli che, con poca o molta umanità, respingono o  accolgono.

Ed io trovo che non sia giusto.

Trovo ancora una volta che fatti come quelli di Gorino, prima ancora che ad una condanna di chi ha detto no, debbano portare ad una indignazione totale, forte, veemente verso le istituzioni, italiane ed europee che a fronte di un fenomeno enorme, ma conosciuto e prevedibile, campano con soluzioni improvvisate, scaricando il peso del fenomeno sui cittadini o simulando una accoglienza che è solo facciata e diventa poi abbandono.

Ovvio che l’integrazione e l’accoglienza debbano passare anche da scelte e comportamenti individuali, ma per quanto mi riguarda se domani mi dicessero che 100 rom vengono spostati da sotto il ponte di Casoria in una pensioncina a via Bonito, qualcosa da ridire ce l’avrei…

Ma voi no, ne sono sicuro, voi sono certo che non avvertite il disagio che, buonismo a parte, il fenomeno delle migrazioni comporta.

L’integrazione e la tolleranza sono frutto anche e soprattutto di buona politica, non solo di umanità ed atteggiamenti altruistici.

Io non ho fiducia in uno Stato che magari accoglie perchè deve, ma poi lascia allo sbando, trasformando persone disperate in persone così disperate da prendere magari strade sbagliate.

Ed ora i cattivi sono quelli di Gorino…Ed ora il buono è Alfano.

Ed allora raccontiamocela così, ignoriamo pure che l’istinto porta al bene, ma a volte al male, e che lo Stato a questo dovrebbe servire a far uscire il meglio di noi, ma non imponendo all’improvviso questa o quella decisione.

Io non mi sento migliore di quella gente, forse non sarei sceso in piazza, forse la mia pancia mi avrebbe imposto di portare una coperta e non una mazza, ma non è la pancia a dover risolvere problemi di questo tipo.

 

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40

11 Ottobre 2016 Nessun commento

a 40 anni si fanno i bilanci.

Per forza.

Se non li fai sbagli.

Io lo faccio. mancano due mesi ai miei 40 anni.

Ho un sacco di cose belle, tante davvero. Mi tengo ancora, riesco a fare un pò di sport, a lavorare senza uccidermi.

Ho qualche amico.

Una donna insopportabile ogni giorno di più, ma che ogni giorno prova (dice lei) ad esserlo di meno.

E due figli che non avrei saprei immaginare diversi da come sono.

Però non sono io.

Ne ho avuto la certezza ieri, mentre andavo a prendere Carla a scuola.

Addosso una tuta adidas, troppo pesante per il tempo fuori.

Camminavo con la tuta, come tanti anni fa, sono stati 5 secondi, roba di un respiro e via. Sono stato me stesso.

Non so se per la tuta o cosa, ma sono stato me stesso.

Dunque per gli anni a venire dopo i 40 spero di tornare me stesso.

Auguri.

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Giorni tristi.

14 Settembre 2016 Nessun commento

E’ solo una vita che finisce…

Ma la vita che finisce è un bivio. Puoi credere, e darti appuntamento dall’altra parte, o non credere o magari non pensarci e interrogarti su cosa ti rimane.

Ed oggi è andata via un’anima bella, pulita, sorridente, dolente e piena di amore, che ho incontrato poco, ma della cui bontà ero e sono certo.

E lascia qui un’altra anima buona, a lottare, oggi e per sempre.

E no, forse non è solo una vita che finisce, ma un pezzo de “la vita” inteso come complesso di esperienze, persone, affetti, incontri che rendono il tutto degno di essere vissuto, sperimentato, cercato.

Ed io non so molto di lei, non le ho mai parlato da solo interrogando a fondo la sua anima o facendole leggere la mia, mi ci sono però seduto vicino, anche nel suo giardino, ho incontrato il suo sguardo sempre sorridente, sempre così buono…Ecco, non lo accetto che muoia una persona buona, così buona e non accetto che soffra un uomo buono, così buono…

E sono costretto a questa forma di protagonismo che è “scrivere”, perchè altrimenti mi resta tutto in corpo, perchè altrimenti continuo a far finta che niente mi tocchi, continuo a scrivere magari un atto di appello, un ricorso o un’altra cacata, tutto per non sbilanciarmi, verso quell’abisso che è il dolore.

Non si soffre solo quando muore una persona vicinissima, spesso si soffre quando senti che il mondo perde un punto di equilibrio tra bene e male, tra giusto e sbagliato.

Lei contribuiva con forza e tenacia a tenere il mondo in equilibrio; con tutto il suo esile e fragile corpo spingeva il piatto della bilancia delle cose belle verso l’alto.

Non so cosa pensare, non so se ho il diritto di piangere, non so nulla e non so nemmeno se darle appuntamento dall’altra parte, o se magari prendermi i suoi occhi buoni e conservarli per sempre.

Ciao, Paoletta, che il mare ti accompagni.

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