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Giudico

9 Febbraio 2018 Nessun commento

Sta stronzata che non si deve giudicare io non l’ho mai condivisa.

Io giudico, non come fossi un Tribunale, giudico nel senso che esprimo il mio giudizio.

Di quelli che stanno in mezzo non ho mai avuto stima.

Di quelli amici di tutto ho sempre pensato che in fondo siano amici di nessuno.

Giudico, consapevole che è il mio giudizio, non un giudizio assoluto, né oggettivo.

Giudico la persona che ha mangiato a casa tua e poi saluta a stento.

Giudico quello che non viene al funerale, nel momento in cui si dovrebbe star stretti.

Giudico chi si tira indietro dopo aver detto “mi raccomando spingiamo tutto insieme”.

Giudico chi trova sempre una scusa e più la scusa è buona, più lo giudico, male.

Giudico chi si lamenta del lavoro che non c’è e poi dice “ci ho pensato, preferisco non farlo”.

Sta cosa che si debba sempre mediare, come fossimo tutti consoli ed ambasciatori ospiti in un paese nemico ed ogni parola potesse scatenare una guerra.

Sta convinzione che “a furia di fare così poi resti solo”. Come se non lo sapessi che ognuno è solo.

Me lo ha insegnato Herman Hesse attaccato nella mia stanza da ragazzo.

E quindi giudico.

Ti giudico mentre ti ammali di instagram, mentre di fronte al dolore di un amico giri la testa dall’altra parte, quando sai fare 100 richieste ed ascoltare mezza domanda.

Ti giudico se ti dimentichi dei tuoi genitori, se non sai fare il tuo lavoro, se prometti e poi ti dimentichi di aver promesso o ti dimentichi le promesse.

E lo so, che poi devo starmene lì ad esser giudicato, lo so bene, e mi sta bene.

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A casa!!!!

1 Febbraio 2018 Nessun commento

Ciascuno di noi ha una “poetica”, un lietmotiv, qualcosa che in maniera più o meno silenziosa caratterizza la propria vita.

A me è il “ritorno a casa”.

Io da sempre tendo ad allontanarmi e poi a tornare a casa, a desiderare di tornare a casa, casa come insieme di emozioni, luoghi, ricordi, profumi; casa come coperta, come cuscino, come carezza, come abbraccio….

Andare lontano, magari dall’altra parte del mondo e così facendo rendere più bello il ritorno.

Ricordo i miei ritorni ad Ischia, dai viaggi estivi, scendevo dall’aliscafo e ad attendermi spesso c’era mia madre, quel sorriso largo di chi come me non sa dare, né ricevere abbracci, e mette nel sorriso tutto l’amore che può, anche se non sa raccontarlo.

Ricordo i cartelloni delle mie nipoti con su scritto “ben tornato zio viaggiatore”.

E poi il piatto preferito, i riposini pomeridiani in perfetta quiete, le partite a tresette a perdere con mio padre ed i miei zii…

Ricordo come mi sono sentito quando da un giorno all’altro, quasi come se fossimo stati invasi da una forza straniera, lasciammo la casa di San Martino.

La casa in cui vivevo da quando avevo 3 anni, in cui avevo visto i miei genitori sorridere, in cui avevo litigato con mio fratello, scambiato i suoi playmobil, con i miei lego (con tanto di contratto scritto).

La casa in cui avevo giocato a subbuteo sul pavimento di marmo, in cui mi ero infranto milioni di rotule buttandomi a terra fingendo di essere Benji Price, in cui avevo tifato Cristiano Caratti al Muratti Time di Milano.

La casa in cui avevo ascoltato gli articolo 31 che cantavano “caro Babbo natale non ci sentiamo da parecchio, comunque adesso prestami orecchio”, con mia madre che vanamente mi chiedeva di abbassare il volume.

Ed avevo subito il Baglioni di mio fratello, al punto tale da amarlo e legare a lui (Baglioni), tanti, tantissimi momenti della mia vita.

Cambiammo casa come degli sfollati, finendo in una casetta prima ed in una casona poi in cui non mi sono mai sentito a mio agio.

Non conoscevo le strade, le facce per strada, i negozi.

E non ho più ritrovato quell’abbraccio.

Ho vissuto bene si, ma come fossi in viaggio, un viaggio a volte bello, a volte faticoso, emozionante, doloroso, ma comunque un viaggio, al punto da tornare ogni tanto in quella strada da cui ero andato via, solo per guardare le finestre del posto non più mio.

Però sapevo che sarei tornato.

Anche chi lascia casa sua per sempre si racconta che tornerà. Ed è vero. Perché casa è anche un luogo della memoria che non vive in spazi fisici, ma dentro, dove sempre lo si può raggiungere.

Qualche volta ci sono tornato anche fisicamente, l’ultima o una delle ultime, per chiudere la bocca con un fazzoletto a mia nonna morta.

Non so perché sia toccato a me, forse perché l’avevo odiata troppo per una infelicità che mi era stata imposta e che magari non era tutta responsabilità sua.

Ricordo che quel fazzoletto lo legai con cura, con rispetto, il rispetto dovuto al nemico che dopo tante battaglie ti è ormai familiare.

Poi la casa venne venduta. Mi occupai dell’affare, resistendo ad intromissioni e consigli non richiesti perché io, io soltanto sapevo esattamente cosa stavo vendendo.

Vendevo i luoghi della mia memoria.

Vendevo un bambino steso sul pavimento a guardare telemike con quella nonna nemica; vendevo il momento in cui un padre oggi malato entrava in stanza a portarmi scarpe da ginnastica nuove da provare; vendevo il profumo del ragù che veniva dalla cucina.

Vendevo quel momento di terrore in cui, immaginando di essere un saltatore in alto in gara per l’oro, avevo tentato di saltare il filo dell’antenna che, provvisoriamente, correva per tutta la stanza sospeso ad un metro da terra e mi ero tirato giù il televisore nuovo, un nordmende a colori, attendendo poi il ritorno a casa dei miei come un condannato a morte attende il plotone di esecuzione.

Consapevole di tutto questo avevo accettato la proposta di Igino e Federica, persone con gli occhi puliti, con un dolore immenso alle spalle ed avevo chiesto a mia madre di rifiutare un’offerta last minute più alta, invocando la correttezza, ma sperando lei capisse che la mia scelta era dettata dal bisogno di trovare custodi buoni a preservare i miei ricordi.

E poi ho continuato a viaggiare, ad andare in giro, ma tornavo sempre là, mi avvicinavo e poi venivo respinto, io non mi sono mai ritenuto caparbio, ma alla fine sono tornato  da Serena, e con lei ho iniziato l’ultima tratta del lungo viaggio verso  casa.

Prima via Bonito, poi via Cammarano, poi un tentativo di acquisto andato  male sempre a via Bonito e poi di nuovo a fare la corte ad Alberto, tentando di non farmi snervare dai suoi tentennamenti, dalla sua approssimatezza, convinto, io solo, di dover continuare in quel faticoso viaggio di ritorno, fino a….

Fino ad oggi.

Oggi 1.2.2018.

Oggi che con l’impermeabile più bello del mondo sono entrato nello stesso palazzo, nella stessa scala e sono entrato nella casa al secondo piano, in quella casa dove pure da bambino avevo avuto bei momenti: Frank Sinatra, stereo avveneristici con meccanismi strani di autoreverse, partite ascoltate in terra dalla radio…

Ed ho ricevuto le chiavi, ed ho fatto cambiare la serratura.

E mi sono affacciato al balcone cercando un vesuvio oggi assente e mi sono sentito così solo, così meravigliosamente solo, ed ho salutato il me stesso bambino, e poi quello ragazzino,  ho detto loro che avevo mantenuto la promessa, ci siamo abbracciati e ci siamo detti “ben tornato”.

L’ho detto ad Assunta, (un tempo zia Assunta).

L’ho detto suo tramite a Vittorio, (un tempo zio Vittorio).

Avrei voluto citofonare ad ogni porta del palazzo per dirlo a tutti.

Sono tornato. Mi riprendo il mio spazio, il mio tempo, la smetterò di essere arrabbiato…

Poi lo so da me che la casa che cerco è un luogo di memorie, non tanto un luogo fisico, ma per oggi voglio star così, sospeso a mezz’aria a dirmi che è tutto come deve essere.

Sono a casa, finalmente.


			
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twenty one

15 Gennaio 2018 Nessun commento

Io ne avevo 18 credo.

Sulla mia mensola, quella vicino al letto c’era un piccolo stereo.

Dentro c’era un cd, la canzone che suonava era “twenty one” dei Cranberries.

Una delle serate più intense della mia vita. Per mille ragioni.

E quei “21 anni” mi sembravano così poetici ed in là a venire.

Ed invece sono arrivati e sono passati veloci.

Oggi Dolores O’Riordan è andava via anche lei.  Mi resta il ricordo, forte, bello, intenso. Mi resta il cd, come una nave in grado di viaggiare nel tempo.

Ciao Dolores e grazie.

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la civiltà è una battaglia

13 Gennaio 2018 Nessun commento

siamo tutti civili dietro una tastiera, o a casa, mentre diligenti separiamo l’umido dall’indifferenziata.

Siamo tutti bravi a salvare il mondo riempendoci la bocca di “io direi, farei” o criticando chi fa.

E poi quando in un posto pubblico, dei ragazzini bestie, per il solo gusto di abbassare ancor più il livello di vivibilità di questa città di merda, strappano aiuole, mostrano genitali ad altre ragazzine, offendono bambini di 7 anni che giocano a palle, mentre queste cose accadono, tutti girano la testa dall’altra parte e quando io, che purtroppo ho un odio per questa feccia che non mi fa essere indifferente, mi avvicino ed intervengo bè, dietro non mi trovo nessuno.

Anzi, magari anche qualche rimprovero del tipo “io però non avrei detto o fatto così…”.

Ecco, questa indifferenza è un’altra forma di inciviltà.

La civiltà è una battaglia, va combattuta, con forza, per contrastare le bestie, perchè tali sono.

I vigliacchi e gli indifferenti, non mi avranno mai.

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Napoli fa schifo

30 Novembre 2017 Nessun commento

Faccio sempre più fatica a scrivere sul blog, mi annoio io stesso, figuriamoci chi legge.

Continuo però a girare sempre per questa mia città infame, sempre più allo sbando.

Napoli è una città senza governo, e non serve tirare in ballo la camorra che onnipresente ed onnipotente.

Napoli è allo sbando in tutto.

Allo sbando con la sua polizia municipale inetta, con i parcheggiatori abusivi autorizzati, con le zone pedonali violate anche dove c’è l’uscita da scuola di bambini di 6 anni.

Allo sbando nelle strade con le auto in doppia fila perenne, con i cestini stracolmi, le merde di cane ovunque, la differenziata a singhiozzo, lo stadio Collana ormai chiuso da più di un anno e nessuna struttura alternativa.

Napoli è una città persa con la refezione che parte con due mesi di ritardo e mette in ginocchio famiglie dove entrambi i genitori lavorano e nella quale, invece di provare vergogna, i responsabili rilanciano imponendo un ulteriore balzello per godere del servizio.

Ed è una città sporca, maleodorante, senza decoro urbano, senza civiltà e non lo dice quel testadicazzdisalvini.

Lo dicono i fatti.

Napoli ed i napoletani sono alla fine contenti di essere e di vivere così, perchè la civiltà impone responsabilità e la responsabilità impone impegno e non venite a cacarmi il cazzo con la storia del piemontesi, dei borboni ecc.

Il problema è oggi e siamo noi.

Perchè non tutto è legato ai soldi che mancano.

Il mozzicone buttato a terra, non è questione di bilancio.

Il suv sul marciapiede, nemmeno.

Il parcheggiatore abusivo che lavora davanti alla polizia municipale, nemmeno è legato al dissesto economico.

Ma il problema è sempre altrove.

Il problema per le menti semplici che “difendono la maglia” sono gli zingari,gli immigrati, i musulmani radicalizzati, i Savoia….

Sarà pur vero che anche queste componenti possono aver contribuito al degrado, ma è vero soprattutto che Napoli è il degrado, io lo vedo tutti i giorni, ad ogni ora e lo vedono i miei figli che ancora se ne straniscono e spero continueranno a farlo fino a rendersi conto che vivere qui è un azzardo, una follia, una ingiustizia.

De Magistris è forse il più incompetente, presuntuoso e piacione Sindaco che questa città abbia avuto e dopo di lui non c’è altro se non un altro incapace o un disonesto, o magari tutti e due.

Non c’è nessuno al quale appellarsi, non c’è istituzione che ascolti, non c’è amministrazione che risponda.

C’è il nulla.

Ci sono le tapperelle rotte di una scuola da circa 4 anni, le buche da 5, la munnezza che diventa arredo urbano, il degrado che si fa folcrore.

Ma non è la mia città, o meglio io non sono suo cittadino.

Napoli fa schifo, prendiamone atto e fa schifo anche se fa schifo anche Roma o Brescia, cambia poco.

 

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Ricordarsi

8 Ottobre 2017 Nessun commento

Ricordarsi.

Ricordarsi che ogni giorno può essere una piccola rivoluzione.

Svegliarsi presto, semplicemente svegliarsi ad un orario diverso dal solito, fare una strada nuova, o una strada dimenticata.

Entrare in una libreria, non per leggere, ma per accarezzare le copertine.

Immaginare storie, non compararle mai con quelle davvero scritte.

Ricordarsi di quella volta… Sognare di quella che sarà.

Ricordarsi sempre del potere, della magia delle parole.

Amarle le parole, perché senza di loro saremmo celle chiuse a chiave, con doppi lucchetti a combinazione.

Dirlo ad un figlio.

Sussurrarlo ad una figlia.

Cercare di farlo capire ad una compagna.

Rassegnarsi a non saperlo spiegare ai genitori.

Illudersi che lo intuisca un fratello.

E chiudere il cerchio, sempre, anche quando il laccio pare dipanarsi all’infinito.

Chi diceva “ogni uomo è un’isola”?

Non lo ricordo, ma forse è vero, potrebbe essere un’isola nuova ogni giorno però, svegliandosi di notte e camminando, per esempio…

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Pensavo…

13 Settembre 2017 Nessun commento

Pensavo…

Pensavo, dopo aver viaggiato in un paese lontano, ed aver visto visi sereni e rapporti tra persone decenti, che da noi dovrebbero fare dei corsi.

Insegnare alle persone, non solo ai ragazzi ed ai bambini, a perdere.

A fallire.

Ad accettare le cadute.

Ed invece è tutto un rimuovere, tutto un non accettare, tutto un ostentare vittorie vere o più spesso presunte.

Educare a perdere l’amore, il lavoro, un amico, un fratello, un genitore.

Educare ad accettare il dolore per quello che è, parte della vita.

Ma continuiamo a rimuovere, ad allontanarci da tutto ciò che è giusto, che è normale.

Educare alla fragilità, alla malattia, alla vecchiaia, all’abbandono, alla solitudine.

Solo così arriverà la felicità.

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Stadio Arechi – Tizianone Ferro

13 Luglio 2017 3 commenti

Più che una recensione, sul concerto di Tiziano Ferro ieri a Salerno, vorrei fare qualche piccola considerazione in ordine sparso:

1) Il Comune di Salerno merita il mio plauso, la cosa che più mi angosciava era l’invasione dei parcheggiatori abusivi nei pressi dell’Arechi ed invece una enorme area è stata adibita a parcheggio a solo 1 euro per tutto la serata.

Certo l’area era a 2 km dallo stadio, ma insomma due passi si possono fare, a meno che non sei tra quei circa 1000 proprietari di veicoli che, chi per uallera, chi per un piede rotto, chi per il gomito del tennista, hanno parcheggiato tutto lungo il marciapiedi della  strada che conduce allo stadio.

L’inciviltà è un morbo tipico della nostra terra, non è vero che è una conseguenza di condizioni sfavorevoli, è nostro, anzi loro.

Forse per questo, vedendo con tristezza il Vesuvio bruciare, ho pensato: “ecco, ci sta lavando con il fuoco”.

2) Venendo al concerto, ogni artista ha un suo pubblico particolare. Quello di Tiziano Ferro è un pubblico di shampiste e uomini sconfitti. Ci tengo a precisare che io sono una shampista mancata.

Un pubblico seduto, (per fortuna, altrimenti il vecchio che è in me si sarebbe rovinato la serata),  canterino, ma non troppo, composto, di media allegria, insomma lo stesso che potremmo trovare al concerto di Albano o Massimo Ranieri.

3) Massimo Ranieri: Tiziano Ferro non è altro che un Massimo Ranieri che ha delle basi black, ma nemmeno troppo. Per il resto sono uguali ed uguale è anche l’età secondo me. La vena sulla fronte mi fa sospettare che siano la stessa persona, ma su questo indagherà Voyager.

Unico guizzo del buon Tizianone, il nipote che tutte le nonne vorrebbero, è stato con il pezzo dedicato alla Carrà che a mio modo di vedere celebra il suo coming out. Lì l’ho visto e sentito divertito e divertente.

Ho atteso con ansia che attaccasse anche con “rose rosse per te”, ma è stata attesa vana.

Non è mancata la deprimente ” ‘O surdato ‘nnammurato” cantata dal pubblico.

4) I cellulari. La tizia a fianco a me era un biondina sui 30 anni credo, caschetto improbabile, un metro e 15 cm forse 20 e rapporto compulsivo con il cellulare.

All’inizio la sua frenetica attività sul cellulare mi ha divertito. Prima ha ricevuto un messaggio da tale Alfonso, o Alfredo di Tempocasa che oggi l’aveva incontrata per non solo quale visita ad un appartamento, probabilmente voleva provarci, lei ha risposto con distacco ed ha commentato con l’amica: “ma è troppo piccolo”.

Poi ha preso a messaggiarsi con un tizio che il suo display indicava come “Lelluccio”.

Lelluccio è un tipo geloso mi sa, lei lo ha rassicurato e poi è iniziato il concerto, ma Lelluccio non ci stava e mandava continui messaggi vocali per fortuna coperti dalla musica.

La frequenza di aggiornamento della sua storia su instagram è stata da me cronometrata in non più di 10 secondi.

I suoi occhi non credo siano riusciti a vedere il concerto, ha ripreso incessantemente il concerto, postato video, scritto a Lelluccio e sfogliato la scaletta del concerto on line pronta a richiamare Tizianone in caso di infedeltà al programma.

Alla fine ho chiesto a Serena di cambiare posto, stavo per mandarla a cacare e dirle che Lelluccio si chiava ad un’altra.

5) I brani. Io non amo i concerti. Ho solo un sogno: vedere un concerto di Fossati, peccato che Fossati abbia scelto da qualche anno di non esibirsi mai più dal vivo.

Andare a vedere Tizianone è stato un regalo a Serena ed un omaggio a mia suocera, donna singolare, dai forti odii e per questo da me molto apprezzata. E’ andata via troppo presto, prima di poter imparare ad odiare anche il cantante di Latina. Lo avrebbe fatto a modo suo, tra una sigaretta ed una cotoletta. Ciao Sig.ra Carla.

6) Le foto. Ho fatto poche foto, mi bastavano quelle fatte da tutti quelli attorno a me. Ho pensato che tra video e foto la privacy è ormai solo una finzione.

Ho pensato al tizio di Frascati che magari si è portato la commara al concerto e, senza sapere né come e né perché, è stato sgamato dalla moglie che ha visto la sua foto su Repubblica mentre con la fascia in testa lui e le orecchie di minnie luminose lei, si ammoccava con questa con passione.

E poi…Se l’evoluzione è una teoria scientifica fondata, tra qualche secolo avremo finalmente un braccio più lungo dell’altro, ma lungo tipo 2 metri, adatto a sostituire il selfie stick, anche perché così non si può andare avanti.

7) Le ragazzine di oggi. Siamo andati e tornati dal concerto con una mia quasi nipote ed una sua amica. Le ho trovate tenere, carine, adeguate alla loro età e questo mi ha rincuorato.

All’ andata mi sono tenuto. Al ritorno ho cercato di spiegare loro il senso della vita proponendo nell’ordine:

“C’è tempo “ di Fossati;

“ Il bacio sulla bocca” sempre di Fossati;

“ Mi sono innamorato di Te e Vedrai Vedrai” di Tenco, (e lì ho spinto sull’ acceleratore accennando alla scuola cantautorale genovese), ed un po’ di Pinuccio d’annata, accompagnato dalla scontata affermazione: “Pino Daniele ha fatto solo 4 album”.

Alla fine ho recuperato imponendo: le focaccine dell’esselunga, e poi il pagante a tutto volume.

Alle 2 eravamo in casa io, Serena ed i miei 40 anni.

Come sempre mi sono riproposto che non andrò mai più ad un concerto, per la semplice ragione che è una pratica inutile e per il rispetto della sacra legge che dice : “se c’è qualcosa che puoi vedere o sentire dal divano, non c’è ragione che tu vada fuori casa”.

Stamattina appena sveglio mi ronzava in testa un motivetto, ma non di Tizianone, era: “Pettinero, lo shampoo col DonPero…”

Ho pensato anche ad un abbraccio, sotto le stelle, con un incendio poco distante ed infine mi sono detto io a quel Tizianone lo inviterei a casa a pranzo, una domenica, magari per metterci poi sul divano a guardarci un concerto.

 

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Incenso…

28 Giugno 2017 Nessun commento

In questo cataclisma oggi mi salva l’odore dell’incenso, respirato così, per caso, mentre ero sulla vespa, con lo stomaco ingolfato per vecchie ferite e per brutti incontri, arrabbiato per la troppa rabbia, ansioso di salire su un traghetto per fingere di lasciarmi dietro tutto, almeno per un’ora…

Continuavo a ripetermi che il massimo non è mai abbastanza, che ci sarà sempre qualcuno a dirti che non è abbastanza, che non ti impegni abbastanza, non ti dedichi abbastanza, non ti sacrifichi abbastanza…

E pensavo che il primo dovere ce l’ho verso di me, forse verso i miei figli, ma poi verso di me.

Il mio cuore va rispettato, la mia sensibilità pure.

Ma mentre ero così arrovellato è arrivato un profumo di incenso, dolce eppur penetrante.

Mi ha trascinato in India, nei pressi di un ghat a Varanasi, vicino quella incredibile umanità così caotica, così indisciplinata eppure così armonica, mi ha trascinato dentro di me, in un piccolo comodo nucleo di quiete dove nessuno può raggiungermi, dove nessuno deve raggiungermi.

Vorrei sedere lì, su quella bella scalinata, a vedere la gente immergersi nel fiume per lavarsi, e pensare che lo facciano perché è Mama Ganga.

Ringrazio l’incenso, desidero bruciarne ora, in silenzio, in assenza di tutto e tutti ed in presenza di me, di me che avrei voluto bastarmi ed invece non solo non basto a me, ma non basto mai a chi mi è attorno.

E non è fare la vittima, ma interrogarsi sul rispetto dovuto alla nostra esistenza.

Attendo che parta questo traghetto dal puzzo di piscio e penso ancora all’incenso, ancor di più, chiudo gli occhi guardando l’acqua del fiume, lo vedo scorrere, lo vedo confondersi con la gente, penetrarla, lasciarsi penetrare.

Banale pensare all’India con un qualsiasi hippie in fondo borghese, ma tant’è.

E’ che l’India è un posto del cuore, non è un punto del mondo.

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integrazione, musulmani e napoletani

19 Giugno 2017 Nessun commento

In questo paese non si può dire davvero cosa si pensa.

Quando ci si trova da un lato Grillo e Salvini e dall’altro Renzi e Boldrini, esprimere un pensiero indipendente diventa davvero impossibile.

Per questo lo faccio qui, per sfogarmi.

Il problema integrazione è il problema di questo secolo a mio avviso, i popoli sono in marcia e non li si può fermare.

L’umanità che ne verrà fuori sarà nuova, ma dovrà costruirsi un passo alla volta e poco o niente faranno le leggi da sole.

Quel che penso però è che l’impatto dei musulmani sul nostro tessuto sociale e culturale è davvero fortissimo.

Non altrettanto lo è quello della comunità indiana, cingalese, cinese.

La comunità musulmana ha lo stesso effetto dirompente di una famiglia napoletana quando arriva sulla spiaggia.

Il musulmano è in fondo un napoletano che arriva al mare: piazza l’ombrellone 6×4, caccia frittate, frittatine, sedie, sdraio, anguria, palline, pallone, racchettoni, tavolino, ciambelle, caffè freddo, coca cole….E poi allucca, anche se l’interlocutore è a 30 cm, allucca perchè non comprende che prima di integrarsi ed affermarsi, ci si deve far accettare.

Non credo sia un’eresia sostenere che quando si è nuovi in un posto, si dovrebbe provare a comprenderne le regole, prima di avanzar pretese.

La comunità musulmana è in questo molto aggressiva, forse perchè portatrice di una cultura molto forte, anche numericamente.

E’ovvio che tra questo è sostenere che i musulmani debbano subire e star zitti ci sta un oceano e mezzo, però l’idea che l’integrazione debba passare per step di adattamento è un discorso che io trovo giusto.

Io poi il processo di integrazione lo vorrei anche per i napoletani, quindi lungi da me voler fare della discriminazione.

Dico, e tanto qui nessuno potrà darmi addosso, che un diritto va in parte accordato, in parte conquistato e non tutti i diritti sono uguali.

Il diritto di culto.

Io ad esempio quello faccio fatica a riconoscerlo.

Un popolo così schiavo delle proprie credenze religiose non può e non deve costringere uno Stato laico come dovrebbe essere il nostro a perder tempo, per l’ennesima volta, con una materia a mio avviso stupida come la religione, ( la confessione religiosa intendo).

Il mondo migliorerà quando le religioni verranno messe da parte, ed invece qui si continua a coltivare questa assurda attenzione o per i nostri cazzoni cattolici o per questi 10 cazzoni che si inginocchiano verso la mecca….

Io la integrazione la vorrei nel nome dell’uomo, non nel nome di un dio più o meno simpatico e la vorrei lenta, dove chi arriva cerca di capire dove è arrivato, prima di pretendere che il mondo vada verso di lui.

Parlo a livello socio culturale, il sostegno e l’assistenza quelli li do per scontati.

E soprattutto non parlo di radici cattoliche, delle quali me ne sbatto un bel pò.

Parlo del fatto che non voglio proprio sentire  che una donna non può girare in minigonna mentre un gruppo di musulmani prega perchè li offende….Me ne sbatto il cazzo, si offendessero pure e dopo essersi offesi si interrogassero su cosa li offende, se forse non è più giusto dire che nel loro sistema di valori arcaico, come lo è quello cattolico osservante, una donna deve essere sottomessa e muta ed è in realtà la sua libertà ad offenderli.

Ecco, io ne ho le palle piene.

Che si senta libero ed accolto chi vuole costruire una nuova umanità e non chi vuole trascinarci in un altro medio evo.

Per quello ci bastano i nostri napoletani ed i nostri cattolici.

 

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