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A casa!!!!

Ciascuno di noi ha una “poetica”, un lietmotiv, qualcosa che in maniera più o meno silenziosa caratterizza la propria vita.

A me è il “ritorno a casa”.

Io da sempre tendo ad allontanarmi e poi a tornare a casa, a desiderare di tornare a casa, casa come insieme di emozioni, luoghi, ricordi, profumi; casa come coperta, come cuscino, come carezza, come abbraccio….

Andare lontano, magari dall’altra parte del mondo e così facendo rendere più bello il ritorno.

Ricordo i miei ritorni ad Ischia, dai viaggi estivi, scendevo dall’aliscafo e ad attendermi spesso c’era mia madre, quel sorriso largo di chi come me non sa dare, né ricevere abbracci, e mette nel sorriso tutto l’amore che può, anche se non sa raccontarlo.

Ricordo i cartelloni delle mie nipoti con su scritto “ben tornato zio viaggiatore”.

E poi il piatto preferito, i riposini pomeridiani in perfetta quiete, le partite a tresette a perdere con mio padre ed i miei zii…

Ricordo come mi sono sentito quando da un giorno all’altro, quasi come se fossimo stati invasi da una forza straniera, lasciammo la casa di San Martino.

La casa in cui vivevo da quando avevo 3 anni, in cui avevo visto i miei genitori sorridere, in cui avevo litigato con mio fratello, scambiato i suoi playmobil, con i miei lego (con tanto di contratto scritto).

La casa in cui avevo giocato a subbuteo sul pavimento di marmo, in cui mi ero infranto milioni di rotule buttandomi a terra fingendo di essere Benji Price, in cui avevo tifato Cristiano Caratti al Muratti Time di Milano.

La casa in cui avevo ascoltato gli articolo 31 che cantavano “caro Babbo natale non ci sentiamo da parecchio, comunque adesso prestami orecchio”, con mia madre che vanamente mi chiedeva di abbassare il volume.

Ed avevo subito il Baglioni di mio fratello, al punto tale da amarlo e legare a lui (Baglioni), tanti, tantissimi momenti della mia vita.

Cambiammo casa come degli sfollati, finendo in una casetta prima ed in una casona poi in cui non mi sono mai sentito a mio agio.

Non conoscevo le strade, le facce per strada, i negozi.

E non ho più ritrovato quell’abbraccio.

Ho vissuto bene si, ma come fossi in viaggio, un viaggio a volte bello, a volte faticoso, emozionante, doloroso, ma comunque un viaggio, al punto da tornare ogni tanto in quella strada da cui ero andato via, solo per guardare le finestre del posto non più mio.

Però sapevo che sarei tornato.

Anche chi lascia casa sua per sempre si racconta che tornerà. Ed è vero. Perché casa è anche un luogo della memoria che non vive in spazi fisici, ma dentro, dove sempre lo si può raggiungere.

Qualche volta ci sono tornato anche fisicamente, l’ultima o una delle ultime, per chiudere la bocca con un fazzoletto a mia nonna morta.

Non so perché sia toccato a me, forse perché l’avevo odiata troppo per una infelicità che mi era stata imposta e che magari non era tutta responsabilità sua.

Ricordo che quel fazzoletto lo legai con cura, con rispetto, il rispetto dovuto al nemico che dopo tante battaglie ti è ormai familiare.

Poi la casa venne venduta. Mi occupai dell’affare, resistendo ad intromissioni e consigli non richiesti perché io, io soltanto sapevo esattamente cosa stavo vendendo.

Vendevo i luoghi della mia memoria.

Vendevo un bambino steso sul pavimento a guardare telemike con quella nonna nemica; vendevo il momento in cui un padre oggi malato entrava in stanza a portarmi scarpe da ginnastica nuove da provare; vendevo il profumo del ragù che veniva dalla cucina.

Vendevo quel momento di terrore in cui, immaginando di essere un saltatore in alto in gara per l’oro, avevo tentato di saltare il filo dell’antenna che, provvisoriamente, correva per tutta la stanza sospeso ad un metro da terra e mi ero tirato giù il televisore nuovo, un nordmende a colori, attendendo poi il ritorno a casa dei miei come un condannato a morte attende il plotone di esecuzione.

Consapevole di tutto questo avevo accettato la proposta di Igino e Federica, persone con gli occhi puliti, con un dolore immenso alle spalle ed avevo chiesto a mia madre di rifiutare un’offerta last minute più alta, invocando la correttezza, ma sperando lei capisse che la mia scelta era dettata dal bisogno di trovare custodi buoni a preservare i miei ricordi.

E poi ho continuato a viaggiare, ad andare in giro, ma tornavo sempre là, mi avvicinavo e poi venivo respinto, io non mi sono mai ritenuto caparbio, ma alla fine sono tornato  da Serena, e con lei ho iniziato l’ultima tratta del lungo viaggio verso  casa.

Prima via Bonito, poi via Cammarano, poi un tentativo di acquisto andato  male sempre a via Bonito e poi di nuovo a fare la corte ad Alberto, tentando di non farmi snervare dai suoi tentennamenti, dalla sua approssimatezza, convinto, io solo, di dover continuare in quel faticoso viaggio di ritorno, fino a….

Fino ad oggi.

Oggi 1.2.2018.

Oggi che con l’impermeabile più bello del mondo sono entrato nello stesso palazzo, nella stessa scala e sono entrato nella casa al secondo piano, in quella casa dove pure da bambino avevo avuto bei momenti: Frank Sinatra, stereo avveneristici con meccanismi strani di autoreverse, partite ascoltate in terra dalla radio…

Ed ho ricevuto le chiavi, ed ho fatto cambiare la serratura.

E mi sono affacciato al balcone cercando un vesuvio oggi assente e mi sono sentito così solo, così meravigliosamente solo, ed ho salutato il me stesso bambino, e poi quello ragazzino,  ho detto loro che avevo mantenuto la promessa, ci siamo abbracciati e ci siamo detti “ben tornato”.

L’ho detto ad Assunta, (un tempo zia Assunta).

L’ho detto suo tramite a Vittorio, (un tempo zio Vittorio).

Avrei voluto citofonare ad ogni porta del palazzo per dirlo a tutti.

Sono tornato. Mi riprendo il mio spazio, il mio tempo, la smetterò di essere arrabbiato…

Poi lo so da me che la casa che cerco è un luogo di memorie, non tanto un luogo fisico, ma per oggi voglio star così, sospeso a mezz’aria a dirmi che è tutto come deve essere.

Sono a casa, finalmente.


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