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Cambiare l’Italia, anzi no, gli italiani, passo 1

3 Dicembre 2012 Nessun commento

così come fatta l’Italia andavano fatti gli italiani, (e così non è stato), ora per cambiare l’Italia sono gli italiani a dover cambiare…

Passo 1, per me, la scuola.

Per educazione familiare: madre, nonna, zia, cugine, tutte maestre e dirigenti scolatische, rigorosamente di scuole pubbliche, non riesco a non  pensare che sia davvero dalla scuola che parta tutto, e non è retorica, non deve esserlo.

Ho vivo, vivissimo il ricordo della mia scuola materna e delle elementari fatte al Casale, il 33° circolo, un luogo che ho sempre definito confine tra due mondi.

In un quartiere come Posillipo che, contrariamente a quanto molti possono pensare, è pieno di contraddizioni e di conflitti sociali, il Casale era una terra di confine.

In classe avevo il figlio del giornalista de Il Mattino,  ed il figlio della prostituta; il figlio del noto primario, e quello del contrabbandiere agli arresti. C’era il ragazzino che ad 8, dico 8 anni, veniva con il coltello a scuola e c’era quello che non capiva il napoletano.

Ma a quella età si è talmente malleabili e flessibili che non c’erano nè muri, nè pregiudizi, ma solo il confronto, spesso duro, spesso anche violento, con realtà tanto diverse quanto piene di ricchezze.

Oggi più che mai; oggi che ognuno di noi pare chiuso all’interno dei propri stretti confini, quella varietà, quella conoscenza “transociale”, mi pare ancor più preziosa. All’epoca se un Tonino C. mi si faceva incontro con un coltellino per rubarmi un gioco o una penna, con il cazzo che mi tiravo indietro, ero pronto; pronto ad ogni confronto perchè un bambino era lui, un bambino ero io, anche se lui armato. Oggi se di notte un lampione mi illumina, affretto il passo per timore della mia ombra.

No, non era la tana delle tigri,  quella scuola era un luogo aperto, dove il pregiudizio e l’appartenenza sociale non contavano, non dovevano contare. Se così era, se così è stato, lo è stato grazie alle Maestre ed ai Maestri, persone delle quali ricordo le voci ed i volti, persone che vivevano il proprio mestiere come un dono,  ricevuto e poi girato a noi.

Dico tutto questo dopo aver letto dell’ennesimo striscione idiota in uno stadio, dell’ennesimo accoltellamento per futili motivi, dell’ennesimo esempio di rabbia sociale.

Non basta la repressione, anche se istintivamente pare la cosa più giusta da fare. Occore educare, insegnare, instradare. Occorre valorizzare i bambini e poi i ragazzini nelle scuole, aiutare loro a scorprire talenti e limiti.

Non è mai stata la pagella a contare in quel mio luogo così prezioso, ma il tempo a me dedicato come fossi il seme in grado di germogliare nel fiore più raro. Ancora oggi ricordo tanto, tantissimo di quei giorni, e non ricordo nulla o quasi del liceo, dove l’obiettivo non era più insegnarmi, ma farmi rientrare in uno schema.

La scuola, pubblica, (perchè pubblica per me deve ancora voler dire libera), deve essere il punto di partenza del cambiamento, se un cambiamento lo si vuole davvero avviare. Tutto il resto è inutile, è tardivo, è miope, è egoista e stupido.

Che si dia la possibilità di “farli” i nuovi italiani, i nuovi  cittadini, i nuovi sognatori, i nuovi scienziati, i nuovi scrittori, i nuovi economisti…Che si corra il rischio di un tempo passato ad attendere che i fiori fioriscano, solo così, fatta, (male), questa povera patria, sarà forse possibile avere dei buoni italiani.

Passo 1. La scuola, ma anche passo 2….3….4….

p.s. dedicato a: – le scatolette dei formaggini bel paese usati per studiare l’insiemistica;

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