Il ritorno

26 Agosto 2016 Nessun commento

non ricordo chi disse che due sono le cose belle del viaggio: la partenza ed il ritorno.

Io del viaggio amo molto il ritorno e non per una questione di nostalgia, (3 settimane sono davvero poche per provare nostalgia), ma perchè il momentaneo allontanamento ti fa togliere i lucchetti ad una serie di porte.

Al ritorno, già quando l’aereo atterra, varco i cancelli di uscita e ritiro il bagaglio, inizio a pensare, complice spesso il fuso orario, a tutta una serie di scene e mi tornano in mente immagini, profumi, parole…

Alcune cose mi diventano improvvisamente chiare, mini satori li chiama qualcuno.

Capisco che non conta niente trovare una donna che ti ami, conta trovare una donna che stia dalla tua parte; capisco che i genitori sono persone, con doti, qualità, pregi ed anche meschinità; capisco che un libro è una specie di navicella spazio temporale e che non serve inventare il motore a curvatura per viaggiare più veloce della luce.

E rivedo me ragazzino ad Ischia, rivedo volti di amici, mi condanno per alcune cose e mi appunto medaglie per altre.

E mi pare di avere ancora tutta la vita davanti, di non aver deciso nulla di definitivo, di non aver nessun per sempre al quale essere obbligato.

Mi piace rievocare la mano di mio padre sulla mia; mi riscalda il ricordo di mia madre quando vedendomi tornare dopo un viaggio, convinta che fossi andato in guerra più che in vacanza, si preoccupava di prepararmi qualunque cosa mi piacesse.

Mi diverte riprendere contatto con alcuni amici, ripromettendo loro di frequentarci di più, pur sapendo intimamente che asociale ero ed asociale rimarrò.

Del ritorno da un viaggio mi piace quel senso di pianificazione del tempo a venire, quel chiudere un bilancio ed aprirne un altro, quel mio costante illudermi che al lavoro le cose andranno meglio, che ci saranno progetti, esperienze, che riuscirò a tenere lontano i “porta peste” ed aprire le porte a chi saprà migliorarmi.

Amo tornare e cercare subito di organizzare le mie “valvole di sfogo”: sport, qualche interesse, un paio di weekend….

Che poi è bello anche partire, sia chiaro, ma tornare mi fa sentire di appartenere ad un luogo, anche se quel luogo è una città che non amo, con la sua gente sempre più orrenda, ma il senso di appartenenza è al proprio passato, non tanto ad un luogo fisico.

Quando torno ritrovo il mio luogo della memoria e lì mi sento a casa, lì nessuno invecchia, nessuno si ammala, nessuno si separa, nessuno si schiera contro, nessuno promette e non mantiene.
In quel luogo va tutto bene, sempre, e sono certo che sarà così ogni qualvolta il mio aereo mi riporterà a casa.

 

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18 Luglio 2016 Nessun commento

Non siamo preparati a questo orrore.

Non lo sono io.

Bombe, morte, ovunque. Nel cuore della nostra “normalità”.

Guardo i miei figli dormire e so di non poterli proteggere, so di averli messi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Impotenza, senso di colpa, dolore.

Fotografie, video, diretta tv. Il dolore, il lutto, la tragedia: tutto sdoganato e messo in mostra come su un enorme palco.

Si è passato il segno, l’umanità non è più tale.

Sono giorni che faccio incubi, ieri notte l’ultimo. Una bomba scoppia in stazione, io nel supermercato al piano sottostante, i miei figli con un’amica, io che cerco di ritrovarli, il cellulare che non funziona….

Sono sogni di guerra, sono gli stessi che mi raccontava la donna che mi ha cresciuto insieme ai miei genitori.

Mi chiedo che colpa ho io, che colpa ha il mio stile di vita, il mio benessere, se in qualche modo il pensiero di aver vissuto e di vivere il mio benessere sulla miseria e sull’orrore di altri pezzi di mondo, (ormai si può dire anche di altri pezzi di città o di quartiere), possa aiutarmi a trovare quanto meno un senso di equità, di giustizia in questo delirio che forse è figlio di queste disparità.

A volte, (sempre più spesso), ho l’impressione di star suonando sul Titanic che affonda.

Vorrei quanto meno fermarmi ad aiutare quelli che stanno già cadendo in acqua….

Dove è l’umanità?

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GUARDATE QUESTA FOTO!

29 Giugno 2016 Nessun commento

Guardatela ancora.

Poi di nuovo. Attentamente. Guardatela al mattino. Guardatela di sera, guardatela mentre aspettate dal dottore o prima di allenarvi in palestra. Guardatela quando siete felici, guardatela quando siete a pezzi.

Fermatevi. Guardate con tutta la forza e la concentrazione possibili, come di sicuro avrete fatto con quei quadri nei quali l’immagine era nascosta dietro uno strano pattern.

Ecco, ci siete. Voi siete quell’uomo. Quel bambino è vostro figlio.

Ora guardatevi, guardiamoci nello specchio.

 

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educazione alle armi.

15 Giugno 2016 Nessun commento

la “educazione alle armi”, da quando si è bambini, perchè purtroppo oggi che le pressioni esterne sono così forti, bisogna partire da subito. Non ad usarla ovviamente, nonostante il pensiero di alcuni involuti nostrani e stranieri, ma a considerarle per ciò che sono, solo per ciò che sono, mezzi di offesa, spesso mortale.

I cow boys non avevano davvero niente di affascinante, se non il fatto che un pò pascolavano mucche, un pò ammazzavano nativi americani per fottersi la loro terra, e lo facevano con pistole e fucili, a mani nude no, le avrebbero prese di santa ragione.

Dunque, a costo di essere tacciato di “estremismo educativo”, io non ci gioco ai cow boys e nemmeno ai soldati, con i miei figli faccio la lotta, quello si, ma armi, sia pure di lego, io non ne voglio in casa perchè quell’idea poi si sedimenta e diventa in qualche modo normale che un’azione, anche se magari finalizzata a difendere qualcuno, possa essere accompagnata o condotta con un’arma.

Però non sento nessuno che ne parla. Nessuno in tv, nessuno sui giornali, nessuno per strada.

Le armi sono solo ed esclusivamente strumenti di offesa e morte, dai fucili alle bombe.

Chi propone/impone il disarmo di alcuni paesi, tipo  gli Usa con gli stati canaglia, lo fa puntano le proprie di armi, quindi belli cazzi.

Usciamo dall’ipocrisia, non c’è un modo giusto di usare le armi.

L’uomo contiene, a mio avviso, pari dose di merda e pari dose di virtù e noi continuiamo ad alimentare solo la merda e se quella merda trova armi a suo servizio, ecco che il mondo cade a pezzi.

Dunque niente armi in casa mia e nemmeno giochi a base di “bum bum”, perchè non è vero che questi giochi aiutano a capire chi siano i buoni e chi siano i cattivi, o a veicolare l’aggressività.

Senza armi, senza questa abitudine alle armi, saremmo forse pieni di lividi da cazzotti, avremmo attraversato e staremmo attraversando un periodo di continua ricerca di equilibrio tra chi governa e chi è governato, ma non staremmo contando, ogni giorni, su un pallottoliere infinito i nostri morti.

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“Papà, io ti credo”

13 Giugno 2016 Nessun commento

Ieri sera sono salito sul letto di sopra del letto a castello dei bambini, quello che nessuno dei due vuole ancora utilizzare: Ado non se la sente, per Carla è troppo lontano dal vivo della manovra perché lei di notte deve fare casino, alzarsi, chiamarci urlando…Insomma è un letto gioco, i bimbi ci salgono solo a far macelli

E’ ricoperto da una specie di tenda.

Ieri sera ci sono salito, anche io per gioco, mi hanno raggiunto entrambi. Ho iniziato a raccontare una storia, l’ennesima.

Parlava di me bambino, di una esplorazione tipo boy scout, di un improvviso rapimento alieno ai miei danni, di un pianeta da salvare, di un diamante dorato…

Carla si è sorbita la  storia per un po’, con la testa poggiata sul mio petto, poi è voluta scendere. Corrado con il suo nuovo capello rasato a zero e fatto in casa, è rimasto. Mi chiedeva: “ma è vero o è un’invenzione?”

Alla fine del racconto, a pianeta salvato e ragazzino di nuovo a casa, gli ho detto che era vero, che  non avevo mai raccontato a nessuno di quella storia, che l’alieno che mi aveva “rapito” era buono e che mi aveva annunciato che un giorno avrei potuto raccontare tutto ad un bimbo con i capelli biondi e gli occhi blu e questo bimbo, unico al mondo, mi avrebbe creduto.

Poi la storia è finita.

Sono sceso dal letto.

Corrado è rimasto su.

Si è messo a pancia sotto, la testa tra le mani a pensare.

Dopo un minuto mi hai richiamato: “papà” ha detto, “Io ti credo”.

E mi si è aperto il cuore. E’ stata forse la frase più piena di amore della mia vita, di quelle 3-4 da conservare per sempre.

Poi prima di dormire siamo tornati sull’argomento. Gli detto che anche ciò che crei con la fantasia è in qualche modo vero.

Ho dovuto “mitigare”.

Ma quel “papà io ti credo” era vero e mi ha portato più in alto di qualsiasi astronave aliena.

 

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Gli indifferenti della domenica.

1 Giugno 2016 Nessun commento

è partito un nuovo filone, ne sentivamo il bisogno, una nuova ondata moralizzatrice al grido del: “perchè nessuno si è fermato ad aiutare Sara?”.

Evito commenti, evito di dire cose antipatiche.

Mi limito a domandare:

“perchè nessuno di noi si butta in mare a salvare uomini, donne e bambini che affogano?

“perchè nessuno di noi prende per le orecchie i parcheggiatori abusivi che taglieggiano in ogni strada?”

“perchè guardiamo Xfactor mentre sganciano bombe in Siria?”.

Smettiamola con queste lezioni di morale da 4 lire, buone solo per gli articoli di Repubblica.

L’indifferenza è un male enorme, ma è figlio anche di tanta paura ed abbandono; abbandono da parte di chi dovrebbe poi spalleggiare i coraggiosi.

Ho sentito dire: “almeno poteva chiamare il 113″.

Lo sapevate che al 113 o al 112 8 volte su 10 non risponde nessuno? SAPEVATELO

Lo sapevate che quando vai a denunciare un furto in casa (è successo a me), la polizia ti dice: “si si, la denuncia è utile a fini statistici, non per prendere i ladri” ? SAPEVATELO.

Insomma, cari moralizzatori, magari non avrete ucciso Sara con la vostra indifferenza, ma avete ed abbiamo ucciso almeno 100 migranti, migliaia di civili sotto le bombe, per non parlare dei morti uccisi da mafia, camorra, fame, malattie….

Se poi lo scopo a far trovare ai “giornalisti” di Repubblica qualche cazzata da scrivere, allora alzo le mani.

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Come un albero

20 Maggio 2016 Nessun commento

Ho letto, (quasi tutto, poi mi ha annoiato ed infastidito), questo articolo http://www.repubblica.it/politica/2016/05/20/news/la_processione_nella_casa_di_pannella_ho_gia_detto_a_tutti_quello_che_devono_fare_al_momento_giusto_-140186348/?ref=HRER2-1

Ho pensato: “ecco il problema, danno tutti troppo peso alla vita, diamo tutti troppo peso alla vita”

Anche nel raccontare gli ultimi giorni di un uomo si spendono miliardi di parole, aneddoti, possibilmente con nomi importanti, citazioni, frasi ad effetto, come a sottolineare la grandezza dell’uomo e della sua mente.

Questa sopravvalutazione di ciò che siamo e delle nostre vite è per me insopportabile, oltre che causa di questo homocentrismo/fanatasimo.

Sarò distruttivo, a volte smorzo entusiasmi e la mia frase principale rispetto ad ogni novità è “mi pare una cazzata”, ma non è mancanza di gioia o vitalità, credo sia il desiderio di sentirmi come un albero, che cresce senza domandarsi ogni giorno come sia essere albero, quando pesino i propri rami, come ci guardino le altre piante del bosco o se il taglialegna arriverà oggi o domani.

Io non sono famoso e non lo sarò mai, a far un montaggio della mia vita, il giorno prima di morire, pure si potrà cogliere qualche attimo di luce, qualche frase ad effetto, quale guizzo di genialità, ma a che pro? A consolazione o premio di chi o cosa?

Troppa importanza a ciò che c’è sopra e tutto intorno all’esistenza, davvero troppa.

Come un albero, ecco la frase che vorrei mi descrivesse, ma se lo facesse, e ancor più se qualcuno lo ricordasse, sarebbe essa stessa la negazione di ciò che voglio.

 

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Run, baby, run

9 Maggio 2016 2 commenti

Alla fine il “come siamo” lo si vede in qualunque nostra attività. Hai voglia a nasconderlo, ma esce fuori con prepotenza, basta saper guardare.

E’ per questo che vedere Corrado correre mi emoziona e davvero non mi interessa che arrivi primo, secondo o ultimo. E da ieri mi emoziona vedere anche Carla correre.

Corrado sente la gara, la affronta con impegno, è preciso alla partenza, fa mulinellare le gambe, tiene la testa alta. A metà percorso inizia a guardare alla sua sinistra, per verificare dove si trovano gli altri bambini, sbanda un pochino, perde qualche cm, da dietro arriva in progressione il bambino con la maglietta arancione, rinviene anche quello al centro con la maglietta verde. Corrado getta un altro sguardo alla sua sinistra, vede l’arancione arrivare, e sente il verde stargli ad un passo, ma non molla. L’arancione passa, il verde invece riesce a tenerlo a bada. E’ secondo, ma ciò che più conta è lui, con le sue paure, con il suo fare cmq l’ometto, non mollando, tenendo la testa alta anche di fronte alle sue paure ed alla sua piccola rabbia.

E poi Carla, che pescata all’ultimo secondo per fare la gara, se la fa quasi ridendo, colma di gioia ed energia, con la coda al vento, i passi eleganti per avere solo 4 anni (quasi). Piccolina e rapida, bellissima al punto che mi danno per il fatto che non sarà per sempre solo mia. Preferirei dividerla solo con lo sport per il quale mi pare portata. Lei corre come Heidi nei prati, ma una Heidi più coordinata e cazzuta e taglia il traguardo lasciandosi dietro due bambini. La gara era con quasi tutti bambini più grandi e questi tutti maschi.

Ma lei di questo e di molte altre cose se ne fotte. Carla è davvero un fulmine di guerra.

E dopo mi abbraccia felice perchè vede il mio orgoglio.

Adoro vedere questi due nani correre ed ogni giorno godo a vederli diventare migliori di me.

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Nonni

6 Maggio 2016 Nessun commento

guardo i miei figli e mi chiedo, (qualche volta, non spesso), come è avere dei nonni. Dei nonni veri intendo.

Io quelli materni non li ho conosciuti e mia padre se li è goduti poco. Quelli paterni sono morti che ero ancora troppo piccolo.

Però vedo i miei figli, che portano il nome uno del nonno paterno ed una di quella mterna, che però non c’è più.

I nonni al di là di come siano come persone,  sono il ponte tra le epoche, sono i custodi dell’esperienza, sono il rifugio di fronte all’incomprensione che i ragazzi possono avere con i genitori.

Mi sarebbe piaciuto avere un nonno con il quale confrontarmi. Un nonno nel quale nascondermi silenziosamente o rumorosamente.

Durante i miei due viaggi a Cuba ho visto molti anziani, li ho visti padroni delle piazze, rispettati, voluti bene, inseriti nella società. I nostri anziani invece sono in un angolo, marginali, buoni solo a dar briciole ai piccioni ed invece no, i nonni dei miei figli, indipendentemente dai genitori che possono esser stati, hanno il compito più importante, quello di passare la memoria, quale che sia. Dalla memoria di quando si giocava per strada, a quella del 68.

Io sono convinto che la memoria tramandata insegna che ciò che di bello è accaduto può ancora accadere e ammonisce sullo schifo che può esserci a ripetere certi errori.

Se stiamo come stiamo è perchè siamo senza memoria, presuntuosi al punto da ignorare l’esperienza di chi questa terra la vive da più di noi.

Io spero che i miei figli imparino tanti dai nonni, spero sappiano rispettarli sempre, spero si accorgano, ma sono certo sia già avvenuto, di che tesoro hanno tra le mani.

Ciao nonni mie, (quelli veri) ovunque siate.

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30 Marzo 2016 Nessun commento

Ci sono cose che a furia di ripetersele diventano parte della quarta di copertina che ciascuno di noi si porta cucita sulla schiena.

Una di queste, impressa sulla mia di schiena, dice: “preferirei non avere forno e frigorifero, che non poter più viaggiare“.

Viaggiare per me che vivo compresso e, paradossalmente decomprimo solo a 30 mt sotto il livello del mare, significa aprire la lattina di coca cola agitata tutto l’anno.

Viaggiare è come svegliarsi dal Matrix, ingoiare la pillolina rossa, dopo 11 mesi di pillolina blu (non quella che maliziosamente pensate voi, non ancora).

Viaggiare è far entrare aria fresca nella stanza di Renato Previtera in pigiama, dopo 5 anni di liceo (forse 6).

E ora che viaggiamo in 4, io viaggio anche attraverso gli occhi dei miei compagni di viaggio.

Ho girato un pò, ho viaggiato con altre persone e so di essere un cacacazzi e posso dire che compagni di viaggio migliori non ne ho mai avuti.

Carla che a 2 anni e mezzo ingurgita roba fritta comprata da bancarelle malesi, che a 3 anni balla in piazza a La Havana senza aver cura del tempo, nè dello spazio.

Corrado che guarda…Che si nasconde dietro i muri ed osserva un pò timido, bisognoso di acquisire confidenza con visi e luoghi, ma poi sfodera sorrisi da applausi ed è quello che conserva tutto, come se nella testa e nel cuore avesse  un libro pieno zeppo di episodi, ricordi, storie da tirare fuori quando gioca, costruisce, corre, si addomenta, sogna…

E poi ci siamo noi due, in grado di litigare ovunque, di mandarci a fare in culo in modo plateale ad ogni latitudine, da Cusco a Tioman, da Mumbai a La Paz, da Santiago ad Ischia…E di trovarci di nuovo in un aeroporto, liberi come due 18enni, anzi no, una 18 enne cacacazzi ed un 60enne ansioso, ma sempre liberi.

Ecco perchè mi fa tanto male quello che leggo del mondo.

Certo mi fa male il dolore degli altri, dei più deboli soprattutto, ma soprattutto mi fa male sapere, essere certo che queste guerre, questa violenza, questo dolore, questa merda non appartengono alla gente che ho conosciuto.

Questo schifo non appartiene ai turchi, non appartiene agli indiani, non appartiene ai malesi, ai peruviani, ai cubani, agli italiani…Non in questa misura, non con questa capacità distruttiva.

Sono guerre decise altrove, dove il mio amico di Pisco in Perù non è mai entrato, dove non è entrato l’istruttore di diving di Santa Lucia, dove non è entrato il bambino che ha giocato con Corrado e Carla senza che capisse lui una frase loro e loro una frase sua.

Sono guerre che non appartengono ai popoli.

E tutto questo mi spinge a viaggiare, per quanto possibile, ancora più di prima.

Perchè i miei figli devono conoscere le persone che formano i popoli, e non ciò che di essi viene raccontato.

Devono conoscere l’odore di pelli diverse, la musica di accenti strani, le rughe di visi con più sole.

Se conoscerete la terra e gli uomini che la abitano, fin negli angoli più remoti, allora capirete che non c’è divisione, che uomini donne e bambini sono loro, uomini donne e bambini siamo noi.

Banalità disarmante lo so, ma riesco solo a pensare a questo.

Toglietemi pure la lavastoviglie, ma non la possibilità di affacciarmi, almeno una volta ogni tanto, sul gran giardino dell’umanità.

 

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